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Aggiornamento: 3 giorni fa

Dalla formazione accademica al palco, dalla produzione alla didattica: il percorso del M° Alessandro Mauro e una delle visioni professionali da cui ha preso forma Alchèmia Advanced Music Lab.
Dalla formazione accademica al palco, dalla produzione alla didattica: il percorso del M° Alessandro Mauro e una delle visioni professionali da cui ha preso forma Alchèmia Advanced Music Lab.

Quando Alessandro Mauro chiese a suo padre di poter studiare pianoforte aveva otto anni. Era il marzo del 1993 e la musica apparteneva già alla storia della sua famiglia: il padre Armando e il nonno erano musicisti, entrambi dotati di orecchio assoluto. Eppure nessuno aveva stabilito che quella dovesse diventare anche la sua strada. Armando gli aveva trasmesso soprattutto un modo di avvicinarsi alla musica, fatto di rispetto e di un’umiltà che Alessandro avrebbe conservato anche molti anni dopo, quando lo studio sarebbe diventato professione. La decisione di iniziare fu invece completamente sua. Chiese di essere accompagnato dal M° Luigi Pisciotta, caro amico del padre, scelse il pianoforte e non domandò semplicemente di provare a suonarlo: volle essere preparato per l’ammissione in Conservatorio.


Forse nella scelta c’erano già gli ascolti di Bill Evans e il ricordo dei grandi Festival Jazz, ma a quell’età Alessandro aveva soprattutto una visione molto idealizzata dell’istituzione nella quale desiderava entrare. Il Conservatorio rappresentava il luogo della conoscenza musicale, il posto nel quale immaginava di poter comprendere fino in fondo quel linguaggio che lo aveva attratto così presto. La formazione classica sarebbe rimasta fondamentale nel suo percorso, ma quasi immediatamente si sarebbe affiancata a una curiosità molto più ampia: mentre si formava come pianista classico studiava e suonava in band, creava progetti rock, blues, progressive, jazz-rock, fusion e approfondiva sintetizzatori, strumenti elettromeccanici e computer music.

Oggi può apparire una convivenza naturale, ma negli anni Novanta e nei primi Duemila il confine tra formazione accademica e molti linguaggi contemporanei era decisamente più complicata, una parte consistente dei docenti imponeva dei veti a qualsiasi cosa non fosse il percorso classico. Alessandro non ha mai risolto quella contraddizione scegliendo una parte contro l’altra, perché in realtà non ha mai considerato necessario farlo. Ancora oggi sostiene che una vera ricerca della modernità non possa prescindere dalla conoscenza profonda di ciò che viene prima: tecnica, armonia, storia e disciplina dello studio non rappresentano un passato del quale liberarsi, ma le fondamenta dalle quali diventa possibile andare oltre senza scambiare continuamente per innovazione ciò che semplicemente non si conosce.

Da qui nasce anche una frase che utilizza spesso parlando di musica e formazione: «Basta fare gli archeologi e ricominciamo a sognare di fare gli astronauti». Non è un rifiuto della tradizione, anzi il contrario, tutti i musicisti che ancora oggi rievochiamo a distanza di centinaia di anni erano dei pionieri del loro tempo, non bisogna dimenticarlo. Conoscere ciò che è stato serve a evitare di restarne prigionieri; studiare il passato dovrebbe permettere di comprendere meglio il presente e, soprattutto, di immaginare qualcosa che ancora non esiste.


La professione arrivò presto. Al pianoforte classico e ai concerti da solista si affiancarono, appena maggiorenne, i primi lavori nei tour, poi repertori molto diversi, artisti, arrangiamenti, sequenze, produzione e direzione sia musicale che tecnica. Con il tempo il confine tra ciò che apparteneva strettamente al pianista e ciò che riguardava il resto della produzione diventò sempre meno interessante, perché la realtà professionale raramente divide i problemi con la stessa precisione con cui vengono divise le materie durante gli studi.


È proprio in questa esperienza che matura una distinzione destinata a diventare importante anche nella filosofia di Alchèmia: studiare una professione e averla realmente esercitata non sono la stessa cosa.

Un titolo accademico è importante e certifica un percorso di formazione che merita rispetto. Non può però sostituire ciò che accade quando la musica esce dall’ambiente protetto dello studio e incontra una responsabilità diversa: un pubblico che ha scelto intenzionalmente di essere presente ad un tuo concerto, un artista che affida il proprio repertorio, una produzione che organizza un lavoro contando su di te, altri musicisti che devono sapere di poter condividere con te un palco senza che ogni imprevisto diventi un problema per loro e le tante maestranze che rendono possibile un concerto. In quel momento la tecnica non perde nulla del proprio valore, ma viene chiamata a diventare linguaggio.

Per Alessandro questa distinzione è essenziale anche perché la musica non è mai stata semplicemente un insieme di competenze. Prima dello studio, dei titoli e della professione rimane un’esigenza emotiva e comunicativa. Si studia per avere più possibilità di esprimere ciò che si sente, per costruire un vocabolario più ampio e per riuscire a trasformare un’intuizione in qualcosa che altre persone possano comprendere. Il mestiere non sostituisce l’artista: gli offre gli strumenti perché ciò che vuole comunicare possa sopravvivere anche quando incontra la complessità del lavoro reale.


Con gli anni questa esperienza si è intrecciata sempre più con la didattica. Ed è proprio lavorando contemporaneamente nella formazione, nei tour e nella produzione che Alessandro ha cominciato a osservare con crescente insofferenza una serie di contraddizioni che si ripresentavano con una regolarità difficile da ignorare. Musicisti che possedevano conoscenze teoriche importanti ma non riuscivano ad applicarle spontaneamente allo strumento, giovani cresciuti nell’era digitale con un bagaglio operativo sorprendentemente più ristretto di quello di professionisti molto più anziani, competenze tecniche estremamente verticali incapaci di dialogare tra loro e, soprattutto, una didattica che non sempre proveniva da una conoscenza diretta della professione alla quale pretendeva di preparare.

Il problema non era la mancanza di corsi, di materie o di titoli. Ce n’erano già molti. Il problema era la frammentazione.


Quando nel 2011 Alessandro incontrò Mariangela Argentino, trovò dall’altra parte una storia professionale con un inizio identico, un'evoluzione molto diversa ma una lettura sorprendentemente affine. Lei conosceva dall’interno la discografia nazionale, la televisione, il Festival di Sanremo e il rapporto quotidiano tra artista e produzione; lui proveniva soprattutto da ciò che accade dopo, dal palco, dagli arrangiamenti finalizzati alla resa live e da quella parte del lavoro che spesso rimane invisibile al pubblico. Le esperienze erano complementari, mentre l’insofferenza verso superficialità, approssimazione e competenze soltanto presunte era molto simile.


Negli anni successivi continuarono entrambi a lavorare e a incontrare lo stesso problema da prospettive differenti. Non si trattava più di raccogliere episodi isolati o di scoprire quanto il settore potesse essere complesso: lo conoscevano già abbastanza bene. Piuttosto cresceva la sensazione che una parte enorme del potenziale musicale venisse dispersa prima ancora di poter maturare, schiacciata tra formazioni parziali, opportunità distribuite senza un rapporto sempre evidente con il merito, aspettative sproporzionate e un sistema nel quale troppo spesso chi sapeva fare una sola cosa finiva per insegnarla come se rappresentasse l’intero mestiere.


È da questa saturazione che cominciò a prendere forma l’idea di Alchèmia.


Non c’era la necessità di aprire una scuola e, infatti, Alchèmia non fu pensata in quei termini. L’idea era costruire un ambiente nel quale condensare ciò che entrambi avevano dovuto raccogliere nel corso degli anni attraversando mondi differenti, evitando che ogni nuova generazione fosse costretta a ricostruire da sola gli stessi collegamenti. Più che una scuola tradizionale, doveva essere un luogo di osservazione e trasformazione, nel quale il talento potesse essere riconosciuto ma anche sottoposto alla prova dello studio, della disciplina, della cultura, del confronto con gli altri e della capacità di evolvere.

Il nome, da questo punto di vista, contiene già una dichiarazione d’intenti. Gli elementi esistono: tecnica, teoria, armonia, strumento, creatività, tecnologia, cultura musicale, esperienza d’insieme, palco e produzione. L’Alchèmia sta nel riuscire a trasformarli in qualcosa che non coincida più semplicemente con la loro somma.


Quando il progetto venne formalizzato nel 2016, Mariangela e Alessandro non smisero di essere ciò che erano stati fino a quel momento per trasformarsi improvvisamente in gestori di una scuola. Continuarono i propri percorsi e portarono dentro Alchèmia ciò che avevano imparato fuori. Anche per questo il rapporto con gli allievi non è mai stato costruito sull’idea che un docente debba limitarsi a trasferire informazioni: osservare un talento significa comprenderne le qualità ma anche individuarne i limiti, sapere quando assecondarlo e quando costringerlo ad affrontare qualcosa che eviterebbe spontaneamente.

Lo stesso criterio viene applicato ai docenti. Essere Maestri non significa arrivare in un luogo nel quale non sia più necessario imparare, ma possedere basi abbastanza solide da poter continuare a studiare senza confondere la ricerca con l’improvvisazione. Alchèmia pretende aggiornamento e confronto proprio perché ritiene che chi assume la responsabilità di formare qualcuno non possa permettersi di vivere soltanto delle conoscenze con cui ha ottenuto un titolo anni prima.


Oggi, dieci anni dopo la fondazione, Alchèmia sta assumendo la forma di un sistema nazionale diffuso e interconnesso. A cambiare sono le dimensioni, le tecnologie e la possibilità di mettere in relazione sedi lontane tra loro; non cambia invece il principio di partenza. Moltiplicare luoghi nei quali impartire lezioni non avrebbe senso se ogni sede finisse per diventare un mondo autonomo, perché significherebbe ricreare geograficamente la stessa frammentazione contro la quale il progetto era nato.


Per un nuovo allievo conoscere questa storia serve soprattutto a comprendere perché alcune richieste possano apparire più rigorose di quanto si aspettasse entrando in un percorso musicale. Non derivano dal desiderio di complicare ciò che potrebbe essere semplice e nemmeno dall’esigenza di difendere una tradizione per il solo fatto che esista. Nascono dalla convinzione che la musica meriti di essere presa sul serio e che sia poco rispettoso nei confronti di un talento lasciarlo credere pronto quando ancora non lo è.


Formare un musicista significa anche questo: sapere quanto studio richieda costruire una libertà artistica autentica e conoscere abbastanza bene il mestiere da distinguere ciò che serve davvero da ciò che semplicemente riempie un programma. È una responsabilità che riguarda chi impara quanto chi insegna e che, in Alchèmia, continua a essere il punto di incontro tra due idee che non sono mai state considerate opposte: il rigore della conoscenza e la necessità profondamente umana di avere qualcosa da dire.









Mariangela Argentino e la preparazione che trasformò una crisi di mercato in una lezione di discografia moderna


All’inizio degli anni Duemila la discografia italiana non stava soltanto attraversando una crisi. Stava perdendo fiducia nella propria capacità di creare progetti capaci di raggiungere il pubblico.

Le vendite diminuivano, la pirateria avanzava e le nuove piattaforme digitali cominciavano a modificare il rapporto tra musica, prodotto e ascoltatore. Invece di ripensare il proprio modo di lavorare, una parte dell’industria reagì chiudendosi in difesa.


«Non si vendono più dischi.»


«È colpa di Internet.»


«La discografia è finita.»


Queste frasi diventarono l’alibi con cui giustificare investimenti sempre più prudenti, produzioni meno coraggiose e progetti costruiti ripetendo formule che avevano già smesso di funzionare.


Ma il pubblico non aveva smesso di desiderare musica.


Aveva smesso di riconoscersi in una parte di quella che gli veniva proposta.

Proprio mentre molti professionisti spiegavano perché ottenere grandi risultati non fosse più possibile, Mariangela Argentino dimostrava il contrario. Non come prodotto costruito a tavolino da una casa discografica, ma come musicista preparata, interprete consapevole e professionista capace di comprendere ogni componente del progetto al quale stava lavorando.


Il suo successo non fu la smentita casuale di una crisi reale, fu la conseguenza di una preparazione che le consentì di affrontare quella crisi con strumenti che molti artisti, e persino molti addetti ai lavori, non possedevano.



Mariangela non era un prodotto da costruire


È facile, osservando una carriera discografica dall’esterno, immaginare che un’artista di successo sia soprattutto il risultato di una casa discografica, di un produttore, di una campagna promozionale o di una combinazione fortunata di incontri.


Nel caso di Mariangela, questa interpretazione sarebbe profondamente sbagliata.

Quando arrivarono i contratti, le classifiche, le tournée e il Festival di Sanremo, l’industria non si trovò davanti una ragazza da costruire.


Si trovò davanti una musicista che aveva già impiegato anni a costruire sé stessa.

L’orecchio assoluto era una predisposizione naturale, non un punto di arrivo. Non sostituiva lo studio e non le risparmiava la fatica. Le permetteva di percepire la musica in un modo particolare, ma tutto ciò che serviva per trasformare quella capacità in una professione doveva ancora essere conquistato.

Mariangela studiò pianoforte classico, teoria e solfeggio, frequentò il Conservatorio e approfondì per molti anni il canto lirico e jazz.


Ma comprese presto una verità scomoda: nessuna singola istituzione avrebbe potuto offrirle, da sola, tutta la preparazione necessaria per diventare una professionista completa della musica contemporanea.



Cercare una formazione che non esisteva ancora


La formazione classica poteva costruire rigore, consapevolezza musicale, lettura e disciplina.

Non bastava però a comprendere pienamente il pop, il lavoro con il microfono, la registrazione in studio, il linguaggio radiofonico, la presenza televisiva, la costruzione di un’identità artistica e il rapporto con arrangiatori, autori, produttori e discografici.

La preparazione che Mariangela cercava non era raccolta in un unico corso, in un’accademia o in un piano di studi.

Dovette trovarla pezzo per pezzo.

Tra insegnanti di canto lirico, jazz e popular music. Tra lezioni di pianoforte, seminari, sale prova, programmi televisivi, studi di registrazione, palcoscenici e collaborazioni professionali.

Studiando non soltanto come eseguire una canzone, ma perché una determinata interpretazione funzionasse.


Come una voce dovesse abitare un arrangiamento.


Come si affrontasse una sessione di registrazione.


Come si lavorasse con musicisti e tecnici.


Come si costruisse una presenza riconoscibile senza trasformare l’artista in una caricatura.


E, soprattutto, come si potesse preservare la propria identità all’interno di un progetto commerciale.


Il suo percorso non fu lineare, perché in quegli anni non esisteva una strada lineare per diventare un professionista completo della musica moderna.

Fu costretta a costruirsela.


Quando la formazione di cui hai bisogno non esiste, puoi rinunciare oppure cercarne ogni frammento e trasformarlo in un metodo.


Mariangela scelse la seconda strada.



Il talento non sostituisce la preparazione


L’orecchio assoluto permette di riconoscere una nota senza bisogno di un riferimento esterno.

Nascere con questa dote, insieme a una vocalità rara, è qualcosa di straordinario. Sembra quasi il modo scelto dalla natura per dirti che la musica farà parte della tua vita.

Ma non basta.


Non insegna a sostenere un’intera giornata di registrazione.


Non insegna a interpretare un brano davanti a milioni di telespettatori.


Non insegna a dialogare con musicisti, autori, arrangiatori, tecnici del suono, produttori, discografici e responsabili della promozione.


Non insegna a restare lucidi quando, intorno a un progetto, aumentano le aspettative, le pressioni e gli interessi economici.


Non insegna nemmeno a riconoscere quando una scelta apparentemente vantaggiosa rischia di allontanarti dalla tua identità artistica.

Queste competenze non si ereditano.


Si costruiscono.


Mariangela le ha costruite affrontando ogni nuova esperienza con una combinazione rara: una determinazione difficilissima da piegare e l’umiltà di chi non smette mai di considerarsi un’apprendista.

È forse questo il tratto che descrive meglio la sua professionalità.

Non la convinzione di essere già arrivata, ma la disponibilità a imparare ancora.

Nonostante l’esperienza.

Nonostante il successo.

Nonostante i riconoscimenti.

Una professionista dotata di una forza fuori dal comune, che continua ogni giorno a sottoporre il proprio talento alla disciplina dello studio, dell’ascolto e del confronto.

Perché il talento può aprire una porta.

La preparazione permette di attraversarla, restare nella stanza e sapere cosa fare.



Vendere dischi quando tutti spiegavano perché fosse impossibile


In un mercato impaurito, Mariangela non si limitò a sopravvivere...

Raggiunse il pubblico.


Le sue produzioni entrarono nelle classifiche, nelle radio, nelle televisioni e nella cultura popolare di quegli anni. Brani come M’ama o m’amerà, Odiami senza rancore e Ninna nanna riuscirono ad affermarsi in una fase nella quale una parte dell’industria considerava ormai irripetibili i risultati commerciali del passato.


M’ama o m’amerà divenne una presenza quotidiana per il pubblico anche grazie al suo utilizzo televisivo nella trasmissione "Striscia La Notizia", entrando in una dimensione che superava il semplice ascolto radiofonico. La voce di Mariangela arrivava nelle case, nei programmi, nei telefonini e nelle abitudini delle persone prima ancora che tutto il pubblico sapesse associarla chiaramente a un volto.


Seguirono tournée nazionali, produzioni, collaborazioni, certificazioni e il Festival di Sanremo 2007.


Ma leggere questi risultati soltanto come il successo di alcune canzoni significherebbe perdere il punto più importante.


Mariangela non riuscì perché la crisi non esisteva, riuscì perché era preparata ad affrontarla.


Mentre molti attribuivano ogni difficoltà a Internet, alla pirateria o alla fine del supporto fisico, il suo percorso dimostrava che la trasformazione tecnologica non aveva cancellato il bisogno di musica ma aveva reso il pubblico più selettivo.


Per ottenere risultati non bastava più registrare una canzone, stamparla, affidarla alla promozione e aspettare.

Servivano identità, visione, conoscenza musicale, capacità interpretativa, presenza scenica, consapevolezza produttiva e comprensione dei nuovi modi attraverso cui le persone cominciavano a cercare, riconoscere e condividere la musica.


Mariangela non aspettò che la discografia diventasse moderna, lavorò come se lo fosse già.



Un progetto italiano con un respiro internazionale


Uno dei limiti ricorrenti della produzione italiana di quel periodo era il tentativo di imitare un suono internazionale senza adottarne realmente il metodo.


Non bastava aggiungere un elemento elettronico, usare una parola inglese o rincorrere la tendenza del momento. Un progetto internazionale richiedeva una diversa mentalità produttiva: cura maniacale dell’esecuzione, identità visiva coerente, attenzione al suono, capacità di sostenere il confronto con linguaggi musicali più avanzati e una figura artistica in grado di comprendere ciò che stava facendo.

Mariangela possedeva questa consapevolezza perché non conosceva soltanto il proprio ruolo di interprete.


Conosceva la musica.


Sapeva leggere, suonare, comprendere una struttura armonica, intervenire sulle parti vocali, riconoscere un problema di produzione e dialogare con le diverse professionalità presenti in studio.


Non entrava in sala di registrazione per eseguire passivamente ciò che altri avevano deciso, entrava con gli strumenti necessari per partecipare alla costruzione del progetto.


È questa la differenza tra una cantante e una professionista della discografia.


Ed è anche la ragione per cui Pippo Baudo, durante il percorso che la portò al Festival di Sanremo, non volle ascoltare soltanto la sua canzone. Dopo Ninna nanna, le chiese di suonare Bach al pianoforte.



Pippo Baudo cercava una musicista


La partecipazione al Festival di Sanremo del 2007 non fu soltanto una tappa promozionale.

Pippo Baudo, che volle fortemente Mariangela tra gli artisti della sezione Giovani, non si limitò ad ascoltare una canzone.

Volle comprendere chi ci fosse dietro l’interprete.

Secondo il racconto della stessa Mariangela, durante la selezione le chiese di mettersi al pianoforte, lei stupita suonò una Invenzione di J.S. Bach.


Non cercava semplicemente un volto, una voce o un brano adatto alla televisione.


Voleva verificare che dietro il progetto discografico esistesse una musicista.


È un episodio che racconta molto più di quanto possa sembrare.


Il grande pubblico vedeva una giovane artista pop.

Un professionista con decenni di esperienza riconosceva la preparazione che sosteneva quell’immagine.


Il talento attirava l’attenzione.

La competenza ne spiegava la solidità.



Sanremo, YouTube e un pubblico già nel futuro


Il Festival arrivò anche in un momento di passaggio storico per la comunicazione musicale.

YouTube era ancora una piattaforma giovanissima. Gli smartphone non erano neanche nei sogni dei consumatori e guardare un’esibizione online richiedeva un comportamento intenzionale.


Bisognava accendere il computer, collegarsi a Internet, cercare il contenuto e attendere il caricamento del video.

Non esisteva ancora il flusso ininterrotto di immagini che oggi raggiunge automaticamente gli utenti.


Eppure, nelle ore successive alla messa in onda, l’esibizione di Mariangela cominciò a circolare spontaneamente online, attirando un interesse eccezionale per una piattaforma che in Italia era ancora agli inizi, 7 milioni di visualizzazioni in meno di 24h.

Il pubblico non voleva più limitarsi ad assistere a un evento nel momento stabilito dalla televisione.


Voleva cercarlo.


Rivederlo.


Commentarlo.


Condividerlo.


La discografia tradizionale continuava a considerare Internet soprattutto una minaccia.

Il pubblico stava già dimostrando che sarebbe diventato uno dei luoghi principali della musica.



La competenza necessaria per dire no


La preparazione non serve soltanto a cogliere le opportunità, serve anche a riconoscere quando un’opportunità rischia di trasformarsi in una gabbia.

Mariangela arrivò a lasciare la discografia mentre era ancora nelle classifiche.

Una decisione che molti considerarono incomprensibile, perché presa nel momento in cui la logica comune avrebbe suggerito di restare, assecondare il sistema e continuare.


Ma il successo non aveva cancellato la sua capacità di analizzare ciò che le stava accadendo.


Aveva vissuto direttamente cosa significasse essere trattata come un prodotto nelle mani di terzi, chiamata a rappresentare desideri, interessi e strategie che non coincidevano necessariamente con la propria visione.


Scelse quindi di allontanarsi da quel modello.


Non fu una fuga dalla musica.

Fu una scelta di consapevolezza e libertà professionale.


Aveva imparato abbastanza sull’industria discografica da comprendere che un artista non dovrebbe essere preparato soltanto a entrare nel mercato.

Dovrebbe essere preparato anche a capirlo, discuterlo e proteggersi quando necessario.



Dall’esperienza frammentata al metodo Alchèmia


È da questa storia che nasce una parte fondamentale della visione di Alchèmia Advanced Music Lab.


Non dalla teoria secondo cui una scuola dovrebbe offrire un numero maggiore di corsi.


Dalla consapevolezza che nessun artista dovrebbe essere costretto a impiegare anni per raccogliere casualmente i diversi frammenti della propria preparazione.


Mariangela aveva dovuto cercare competenze differenti in luoghi differenti, incontrando maestri, professionisti e ambienti capaci di offrirle ogni volta una parte del quadro.

Aveva poi completato la propria formazione attraverso il lavoro, pagando personalmente anche il prezzo di tutto ciò che nessuno le aveva insegnato prima.


Alchèmia nasce anche per evitare che quel percorso resti frammentato.

Tecnica, cultura musicale, studio di registrazione, produzione, presenza scenica, identità artistica, comunicazione, gestione professionale e comprensione del mercato non sono discipline indipendenti.


Sono parti della stessa professione.


Oggi Mariangela è direttrice artistica e produttrice di Alchèmia Advanced Music Lab. Segue gli artisti nella preparazione vocale, nelle registrazioni, nella vocal production, nello sviluppo dell’identità e nella costruzione del progetto professionale.


Non insegna una teoria appresa osservando la discografia dall’esterno.

Trasferisce ciò che ha imparato vivendola, attraversandola, mettendola in discussione e ottenendo risultati proprio mentre molti dei suoi protagonisti erano impegnati soprattutto a spiegare perché quei risultati non fossero più possibili.



L’eterna apprendista


Definire Mariangela una cantante è corretto.


È anche profondamente incompleto.

Mariangela Argentino è una musicista, una produttrice, una direttrice artistica e una professionista che ha conosciuto la musica come studio, lavoro, industria, esposizione pubblica, responsabilità e scelta personale.


Il successo non l’ha convinta di avere terminato la propria formazione.

Al contrario, le ha mostrato quante altre cose ci fossero ancora da comprendere.

Ed è forse questa la lezione più moderna che la sua esperienza può offrire.

Non esiste una preparazione definitiva.

Esiste la capacità di continuare a imparare, di mettere in discussione le proprie competenze e di affrontare ogni progetto con la serietà della prima volta e l’esperienza maturata in tutte quelle precedenti.


Quando una parte della discografia dichiarava la propria fine, Mariangela non rimase ferma ad aspettare che la crisi passasse.


Studiò.


Lavorò.


Produsse.


Interpretò.


Raggiunse il pubblico.


E continuò a imparare.


Quando comprese che il vecchio modello non era più sufficiente, non si limitò a denunciarlo.



Cominciò a costruirne uno nuovo.



Mariangela Argentino
La Forza Delle Donne con Mariangela Argentino


Casarano, Lecce — Una serata indimenticabile dedicata all'empowerment femminile e alla celebrazione dell'importanza delle donne si terrà a Casarano il prossimo 11 agosto 2023. L'evento straordinario, dal titolo "La Forza delle Donne", vedrà la partecipazione speciale della rinomata cantante italiana Mariangela Argentino.

L'evento è concepito per onorare il contributo senza pari delle donne nella società e per evidenziare le storie di forza, coraggio e successo che spesso rimangono nell'ombra. La presenza di Mariangela Argentino, artista pluripremiata e icona della discografia moderna, da sempre impegnata nel sociale, aggiunge un tocco di magia a questa serata indimenticabile.

Mariangela Argentino, nota per la sua straordinaria voce e il suo ruolo pionieristico nella musica contemporanea, ha accettato con entusiasmo di partecipare a questo evento benefico di sensibilizzazione. L'artista, scoperta da Pippo Baudo grazie alla sua voce impeccabile e commovente, ha dimostrato sensibilità verso le tematiche sociali e l'impegno per il cambiamento.

Nativa di Piacenza con radici meridionali, Argentino ha studiato al Conservatorio di Piacenza e ha conseguito successi notevoli nella sua carriera artistica. Oltre a essere un'icona musicale, ha abbracciato la responsabilità di guidare e sostenere giovani talenti nel loro percorso artistico, dalla formazione tecnica all'affermazione discografica.

Argentino sottolinea l'importanza di una forza interiore che può superare le avversità, indipendentemente dalla loro natura. La sua esperienza personale come produttrice artistica fin da giovane ha sfidato gli stereotipi dell'industria musicale e ha dimostrato che la perseveranza e la passione possono superare le barriere.

"La Forza delle Donne" sarà arricchito da testimonianze toccanti e storie di donne straordinarie, con l'obiettivo di ispirare e trasmettere un messaggio di empowerment. L'evento vedrà la partecipazione della Lega Italiana Lotta ai Tumori (LILT) e dell'associazione "Io Vivo a Colori", entrambe dedicate al benessere e all'ispirazione femminile.

La serata culminerà con la premiazione di numerose donne eccezionali, ognuna nel proprio campo, in riconoscimento della loro forza e determinazione.

Dettagli dell'evento:

  • Data: 11 agosto 2023

  • Luogo: Casarano, Lecce

  • Ospite d'onore: Mariangela Argentino, cantante italiana

  • Partecipanti: Lega Italiana Lotta ai Tumori (LILT), Associazione "Io Vivo a Colori", premiazione di donne eccezionali.

L'evento "La Forza delle Donne" rappresenta un'occasione unica per celebrare l'empowerment femminile e per trarre ispirazione dalle storie di donne straordinarie. Unisciti a noi in questa serata di riflessione, celebrazione e cambiamento.


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